Quarto Potere di Orson Wellles debutta nel 1941 a New York: trama veloce

“Quarto Potere” di Orson Wellles debutta nel 1941 a New York. Muore Charles F. Kane, magnate della stampa USA. Un giornalista intervista i suoi amici e dipendenti per scoprire il significato dell’ultima parola pronunciata sul letto di morte: “Rosebud”. Al suo esordio il 26enne O. Welles condensa in un solo film un patrimonio di complesse esperienze tecniche e artistiche, portando a compimento un’intera fase della storia del cinema. Potente spettacolo-riflessione sul capitalismo nordamericano.  J.L. Borges dichiarò: “Soffre di gigantismo, di pedanteria, di tedio. Non è intelligente, è geniale: nel senso più notturno e più tedesco di questa parola” . Regolarmente in testa alla lista dei 10 migliori film del mondo. Con Gregg Toland (fotografia) e Bernard Hermann (musica), Welles fu candidato all’Oscar per il miglior film, la regia e come attore, ma vinse solo quello per la sceneggiatura con Hermann Mankiewicz. Tra gli interpreti, Alan Ladd (1913-64), peraltro attivo sullo schermo dal 1932. Due anni dopo fu protagonista in “Il fuorilegge” (1942).

Quarto Potere

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Quarto Potere: approfondimento sul capolavoro di Orson Welles

Orson Welles

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“Quarto potere”, titolo italiano che nasce dalla difficoltà di tradurre in modo efficace l’originale “Citizen Kane “, è parzialmente appropriato. Esso, infatti, coglie uno dei tanti lati del capolavoro di Orson Welles, segnatamente, quello che appartiene al punto di vista sociale, da cui è possibile analizzare il film. “Quarto potere”, in verità, ha un’anima pubblica e una privata. La prima concerne la figura di un cittadino al di fuori della norma e si concentra sul potere personale di cui egli dispone, descrivendo la fragilità della democrazia, in particolar modo di quella americana, con un popolo sovrano che, de facto, è alla mercé di chi dispone il potere (economico) di informare. Anche quando tale potere è diretto al popolo e facilmente accessibile a tutti i livelli della società, in esso si annida sempre il pericolo di una deriva populista e autoritaria. La libertà di opinione e la conoscenza – elementi fondamentali della democrazia – sono dunque appannaggio del capitale, che le controlla e ne dispone a piacimento. E il potere di controllare i mezzi di informazione è enorme tanto da essere equiparato agli altri tre poteri istituzionali (legislativo, esecutivo e giudiziario). Tanto da mettere lo stesso Welles in ginocchio (“con un giornale si può distruggere un uomo, con un film no”, come si evidenza quando il magnate cui il film è ispirato (W.R. Hearst) decise di intraprendere una battaglia legale e diffamatoria che lo vide contrapposto al regista in un formidabile duello tra titani della modernità. Ciò mise in grave difficoltà il regista, che riuscì a vincere la sua battaglia, anche grazie alla RKO che ne impedì il boicottaggio. L’anima privata del cittadino Kane, però, si contrappone proprio a quel quarto potere che domina la società. L’uomo Kane ha tutto – soldi, donne, fama e successo – ma egli è solo e insoddisfatto, perennemente alla ricerca di qualcosa che non può comprare, né trovare. Né tanto meno creare. È ” rosebud ” (il “rosabella” italiano è un vero scempio) ciò di cui Kane ha bisogno, ossia l’innocenza infantile, la gioia e la spensieratezza, oltre all’amore puro e incondizionato, da parte di sua madre. Il mistero attorno a ” rosebud ” è la stessa chiave del film: è solo capendo quella condizione e la triste futilità del potere che il popolo, ispirato da un sentimento di candore e purezza e guidato da una passione reale, potrà raggiungere uno stato di consapevolezza tale da permettergli di dominare la conoscenza, leggere i fatti e, conseguentemente, essere libero. In questa ricerca di innocenza, purezza e amore, Welles mette nuovamente se stesso: la sua infanzia negata di orfano (la madre morì quando lui aveva 6 anni e il padre 8 anni dopo) e il ricordo della madre adorata sono fortemente presenti nell’animo più intimo di “Citizen Kane”. L’unicità dell’opera di Welles trova quindi conferma nella sua attualità e immortalità, nonché nella sua universalità: François Truffaut lo definì “psicologico, sociale, poetico, drammatico, comico, barocco”. Come film personale e psicologico “Quarto potere” ha una valenza assoluta per il modo in cui narra dell’infelicità dell’uomo, della sua eterna insoddisfazione e rincorsa di un ideale sfuggito e smarrito, anche al più ricco e potente degli uomini.

Orson Welles sul set di Quarto Potere

Orson Welles sul set di Quarto Potere

 

Come film sociale e politico ancor di più esso, acquista l’immortalità della pietra miliare: un trattato sul potere, sull’organizzazione della società e sulle sue debolezze, sulle ambiguità e le contraddizioni della democrazia. Infine, è impossibile resistere alla drammaticità e all’atmosfera ipnotica che il film trasmette a chi lo guarda. Da un punto di vista tecnico, infine, Welles realizza, a soli 26 anni, un gioiello dell’arte cinematografica, destinato a influenzare numerose opere successive, sino ad essere indicato (dall’American Film Institute) come il miglior film americano del secolo XX. Si notino, in particolare, la profondità di campo, l’uso delle luci e la struttura narrativa a incastro e mediante finti cinegiornali. Geniali, infine, alcuni stratagemmi visivi: l’avvicinamento alla casa di Xanadù (peraltro copiata dalla reale abitazione di Hearst), tramite istantanee in successione, la ripresa deformata della stanza di Kane attraverso la concavità della sfera di cristallo rotta, la foto dei giornalisti che “prende vita”, e così via. Sceneggiatura di Herman J. Mankiewicz, premiata con l’Oscar. Al riguardo va segnalata la forza con la quale Welles ha imposto la centralità del suo ruolo, “autore” e deus ex machina (grazie ad un contratto che gli consentì di ricoprire i ruoli di attore, sceneggiatore, regista e produttore), a discapito dello strapotere degli studios . Non è un azzardo, né tanto meno conformismo della critica unirsi al coro degli elogi: “Quarto potere” è un capolavoro assoluto di tutti i tempi!

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2 anni ago
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Intrattenimento
Fabrizio

fabrizo-pellegriniFabrizio Pellegrini: classe 1973, da sempre appassionato dell’arte della lettura e della scrittura. Terminati gli studi classici nel 1992, va in Inghilterra, dove lavora in un bookshop di Brighton e collabora alla stesura di  testi per bambini. Torna in Italia nel 1994 e si iscrive alla Facoltà di Sociologia. Nel periodo che va dal 1998 al 2001 collabora con la rivista locale Adige e poi comincia a lavorare nel mondo dello spettacolo come Ispettore di Produzione, esattamente presso la Fondazione Arena di Verona. Dal 2008 ad oggi coltiva e sviluppa la sua passione per il web writing con la creazione di siti e la collaborazione continuativa come publisher per Blasting News. Specializzato in tematiche lavorative delle “categorie protette”, appassionato di moda, politica, dinamiche sociali e social marketing.

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