Pantani: 6 tappe per ricordare il Pirata nel giorno della sua scomparsa!

“Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta” sono le prime parole di un testo che non si può non conoscere se si ha la fortuna di essere nati in quell’angolo di mondo che ha uno stivale come forma, in quanto rappresentano l’inno nazionale. Dicesi, il Canto degli italiani che mai come oggi è di stretta attualità anche se non c’è la Nazionale di Ventura ad essere protagonista, ma “l’Italia s’è desta” in un giorno alquanto particolare. Cari “fratelli d’Italia” il calendario non mente mai ed indica il 14 Febbraio, motivo per cui non lo si può lasciar passare come se nulla fosse, dato che esattamente il 14 Febbraio del 2004 si spense uno degli italiani più amati di sempre. Semplicemente, quel Marco Pantani che ha fatto innamorare tutti quanti con quel gesto comune di andare in bicicletta. D’altronde, chi di noi non si è mai alzato sui pedali? Peccato, però, che come lo faceva Marco Pantani fosse un qualcosa di unico ed irripetibile.

Pantani

Semplicemente, Marco Pantani!

Del resto, se si nomina il Pirata, allora, in pochi penseranno a capitan Barbossa o compagnia bella, visto che nelle mente di molti “fratelli d’Italia” prenderà forma la sagoma di Marco Pantani con tanto di immancabile bandana. No, non può passare questo 14 Febbraio senza pensare a colui che ci ha fatto innamorare del ciclismo o, forse, ci ha fatto solamente innamorare e basta, perché quando Marco si alzava sui pedali non si poteva restare impassibili. No, il suo non era un pedalare normale, ma un continuo pizzicare le corde del nostro cuore. Certo, per l’inquilino del 221B di Baker Street Marco Pantani di professione faceva il ciclista, eppure questa visione razionale delle cose non ci appartiene. No, preferiamo provare a riaprire il libro della storia per rivivere alcune imprese del Pirata con la consapevolezza che sarà dura non sentire una stretta al cuore, perché ci sono delle pagine che andrebbero riscritte o altre in cui le cose sono tutte tranne che limpide. Sì, anche questo appartiene a Marco Pantani. Un ciclista che ha vinto la competizione più importante come quella di entrare nel cuore di tanti “fratelli d’Italia”.

Pantani: gli inizi e le stimmate del campione!

Il 1994 è uno di quegli anni che per più di una generazione non ha portato a nulla di buono, poiché è impossibile non ricordare quel pomeriggio di Pasadena. No, non vogliamo girare il coltello nella piaga, eppure quello stesso anno non è stato poi così tremendo se si sposta lo sguardo dal rettangolo di gioco a quella lingua di asfalto con delle transenne ai lati e la scritta Giro d’Italia che appare un pochino ovunque. Del resto, è proprio il 1994 l’anno in cui il mondo scopre Marco Pantani che si concede il lusso di arrivare secondo con tanto di due vittorie di tappa. Ecco, che vittorie verrebbe da dire in quanto il 5 Giugno 1994 da Merano all’Aprica succede qualcosa di incredibile, ma che sarebbe diventato la stretta attualità per molte altre edizioni. Per la cronaca, Pantani scatta sul Mortirolo e al traguardo si contano 2’52” su Chiappucci e 3’30” su un certo Indurain. Semplicemente, il Pirata prende e saluta la compagnia, perché “non c’è niente da fare, quando la strada si rizza sotto i pedali Pantani è il più forte“. Parola di Adriano De Zan.

Cartolina di un giovanissimo Marco!

Pantani e lo strano rapporto con la dea bendata!

“La fortuna è ceca, ma la sfiga ci vede benissimo” è senza ombra di dubbio la massima che ha consacrato Roberto Antoni, perché è tutta farina del suo sacco. Ecco, queste parole fanno sicuramente compagnia anche a Marco Pantani, in quanto ci sono due infortuni che dire evitabili è nulla. “Milano-Torino, il 18 ottobre 1995. Pronti, via, fuga, sembra banale, invece dopo un centinaio di chilometri la corsa è già finita. Sotto la salita del Superga ci arriviamo a quattro minuti dai primi e a uno dal gruppetto in cui c’è anche Claudio Chiappucci. Recuperiamo in salita, recuperiamo in discesa. Uno dopo l’altro. Curve e controcurve. Davanti Francesco Secchiari, in mezzo il Panta, dietro io. Curva, e c’è una chiazza: Secchiari frena, il Panta passa. Sessanta all’ora. Due curve dopo, la jeep contro la corsa: il Panta si stampa, frontale, ho ancora l’immagine di lui, in piedi, per aria, sulla bici, e poi di lui, che quando si vede la gamba, si mette le mani in testa e si gira in giù per non guardare; Secchiari sotto l’auto, frenando; e di me, rotto. E poi di altri due o tre, forse di più, caduti. Ci vogliono tre o quattro minuti perché arrivi la prima ambulanza, per il Panta, e una decina per la seconda, per me e Secchiari. Un dolore bestiale“. Dicesi, il racconto di Davide Dall’Olio a Marco Pastonesi racchiuso nel suo capolavoro Pantani era un dio che spiega come meglio non si può il primo grave infortunio. Nel secondo, invece, la dea bendata sguinzaglia un gatto al chilometro 182 della discesa del valico di Chiunzi che impedisce a Pantani di finire il Giro d’Italia del 1997. “Avrei voluto essere battuto dagli avversari, invece, ancora una volta mi ha sconfitto la sfortuna” dirà il Pirata il 25 maggio 1997.

Marco dopo la caduta della Milano-Torino!

Pantani, il 1998 e quella doppietta storica!

Io sono leggenda è una di quelle pellicole che qualche biglietto l’ha anche strappato al botteghino, risultando essere uno dei film più visti di tutto il 2007. Dicesi, la storia tratta dall’omonimo romanzo di Richard Matheson, ma tra l’uscita in libreria e quella nelle sale bisogna passare per forza di cose dal 1998. Sì, quando Marco Pantani ha deciso di essere leggenda, vincendo il Giro d’Italia prima e il Tour de France poi anche se è come ha vinto a fare tutta la differenza di questo mondo. In Italia ha strapazzato Pavel Tonkov con la tappa di Montecapione con tanto di, appunto, leggendario gesto di gettare orecchino e occhiali prima di effettuare l’ultima stoccata. Il russo alza bandiera bianca e quella del Pirata si issa sul Giro d’Italia, ma il meglio deve ancora venire. Già, Pantani vola in Francia e l’inizio non è dei migliori con quasi cinque minuti incassati nelle prime sette tappe che sembravano aver chiuso tutte le speranze di gloria. Peccato, però, che Marco si era solo apparecchiato la tavola per la grande impresa. Prima un secondo posto nella tappa Pau-Lanchun, ma il capolavoro è sul Colle del Galibier in quelle condizioni climatiche per cui i ciclisti vengono chiamati eroi. Ecco, Marco lo è e scrive la storia. Anzi, è l’ultimo corridore ad aver vinto Giro e Tour nello stesso anno, ma il Pirata è leggenda!

Dal vangelo secondo Candido Cannavò!

Dalle Alpi francesi solcate da una tempesta, si leva solenne, al di là delle nuvole della fantasia, un dio dello sport: si chiama Marco, il nome forte di un evangelista. È andato lassù, in una bugiarda giornata di luglio, a predicare sulle montagne il mistero eterno dell’uomo ai confini della più spietata fatica. Eccolo, con i rivoli di forza vitale che gli restano addosso, nel suo ultimo gemito soave. È finita. Lo straordinario miscuglio di gioia e sofferenza che agita la sua anima produce una sorta di trasfigurazione nel volto di Pantani. C’è un senso profondamente drammatico nel suo trionfo. Ne ho viste tante in quasi mezzo secolo di sport, ma l’abbraccio di Marco con quel traguardo che gli sta davanti e che gli cambia la maglia e la vita, è un’immagine baciata dall’eternità“. Amen.

Poesia in movimento!

Pantani e l’ultimo sussulto francese!

In questo 14 Febbraio di passare dai fatti di Madonna di Campiglio “non s’ha da fare”, perché è una ferita ancora aperta, motivo per cui preferiamo sicuramente ricordare l’ultima volta che Marco Pantani è stato Marco Pantani. Dicesi, il 17 Luglio 2000, quando il Pirata spiegò ad un texano cosa voleva dire andare in salita. Sì, in quella tappa di Courchevel tutti abbiamo accarezzato il sogno che fosse tornato, ma la storia è andata diversamente.

Pantani davanti e dietro tutti quanti, Lance compreso!

Pantani e la montagna sacra del Carpegna!

Scegliere quale sia il ricordo più emozionante di Marco Pantani è una missione davvero impossibile, in quanto il Pirata ha regalato più di un momento straordinario. Sì, in questo 14 Febbraio sarebbe cosa buona e giusta chiudere gli occhi per ridare forma al Pirata, mentre i più allenati potrebbero anche concedersi il lusso di scalare il Carpegna. Già, “il Carpegna mi basta” era solito dire Pantani, mentre sicuramente più complicato risulterebbe salire sul Colle del Galimber dove si può trovare una stele in suo onore. Ecco, meglio quella montagna sacra dove la presenza di Pantani si respira tra scritte, statue e, ovviamente, quell’asfalto che continua a salire. Del resto, quando la strada si impennava, Marco si esaltava e noi insieme a lui.

Monumento al Pirata sulla salita del Carpegna!

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1 mese ago
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Sport
Paolo Nicoli

paolo-nicoliIl pallone è uno dei miei migliori amici, proprio come per il grande Oliver Hutton. Solo che a lui gli ha salvato la vita, mentre a me l’ha resa più emozionante.
Allevato nella periferia di Bergamo a pane e calcio, ho imparato a leggere non sui libri o sulle favole, ma sul rosa della Gazzetta. Mia madre, per tenermi fermo, mi parcheggiava davanti al televisore con la cassetta della finale Milan- Steaua Bucarest del 1989. Ho cullato il sogno di diventar giornalista sportivo fin dai banchi di scuola, dove riempivo le pareti con “La Gazzetta di Paolino”, un simpatico foglio di commento alla giornata di campionato. Venero Federico Buffa. La domenica consumo il sacro rito: salamella e partita. In America direbbero che ho contratto la “disease” da soccer.

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